
Oscar Ventura
Conferenza tenuta il 17 ottobre 2026 presso l'Istituto freudiano - Sede di Milano
Introduzione
La sezione Le risonanze dell’interpretazione e il tempo del soggetto nella tecnica psicoanalitica non costituisce uno sviluppo isolato all’interno di Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi. Al contrario, appare come la conseguenza diretta del percorso che Lacan ha appena compiuto attraverso la linguistica e, più in generale, le discipline classiche del linguaggio.
Nelle pagine che precedono questa sezione, Lacan ha rivendicato la retorica, la dialettica, la grammatica e la poetica come risorse indispensabili per lo psicoanalista. Anzi, colloca la poetica come «suprema punta di un'estetica del linguaggio» (p. 282).
Non si tratta di un riferimento erudito né di una concessione culturale.
Lacan sta indicando che la psicoanalisi non può comprendere l’efficacia della parola restando all’interno di una teoria strumentale del linguaggio. La parola non è un veicolo neutro del pensiero. Non è un semplice mezzo di trasmissione di contenuti. La parola produce effetti. Modifica le posizioni soggettive. Introduce una dimensione di verità. E proprio perché produce effetti, la tecnica analitica non può ridursi a una pratica di comunicazione, di informazione o di spiegazione.
La domanda diventa allora inevitabile: come opera un’interpretazione?
La questione sembra semplice, ma basta soffermarsi un momento per cogliere tutta la sua difficoltà.
Possiamo cominciare dicendo alcune cose semplici, quasi di senso comune. Un’interpretazione analitica non si confonde con una spiegazione. Non trasmette un’informazione oggettiva. Non comunica un sapere precedentemente costituito. Spesso accade, piuttosto, che le interpretazioni più decisive siano proprio quelle il cui significato rimane inizialmente opaco per il soggetto. A volte producono un effetto immediato; altre volte sembrano non produrne nessuno e rivelano la loro portata soltanto retroattivamente. In alcuni casi, un’interpretazione continua ad lavorale per mesi o per anni dopo essere stata pronunciata.
Come pensare questa efficacia?
La risposta abituale consiste nell’attribuirla al contenuto dell’interpretazione. L’interpretazione sarebbe efficace perché scopre una verità nascosta. Perché comunica al soggetto un sapere che ignorava. Perché gli permette di prendere coscienza di un conflitto rimosso.
Tuttavia, questa spiegazione, che è vera, lascia intatto il problema fondamentale. Anche supponendo che un’interpretazione riveli qualcosa di vero, dobbiamo ancora chiederci perché questa rivelazione produca degli effetti. La semplice conoscenza di una verità non basta a spiegare una trasformazione soggettiva. L’esperienza clinica ci mostra continuamente che un soggetto può sapere qualcosa di sé senza che questo modifichi minimamente la sua posizione.
Il problema, dunque, non è soltanto quello della verità dell’interpretazione, ma quello degli effetti di verità che l’interpretazione produce.
Il problema è la sua efficacia. Perché un’interpretazione può essere efficace?
È proprio qui che si situa l’originalità di Lacan. Invece di chiedersi quale verità comunichi l’interpretazione, si domanda che cosa accada nella parola stessa perché un intervento possa produrre effetti reali.
Per questo la sezione comincia con un’affermazione la cui importanza è difficile sopravvalutare:
«Ricondurre l'esperienza psicoanalitica alla parola e al linguaggio come ai suoi fondamenti, interessa la sua tecnica» (p. 283).
La frase merita di essere letta con attenzione. Lacan non afferma semplicemente che la parola sia importante per l’analisi. Non dice nemmeno che il linguaggio costituisca uno dei suoi elementi. Parla di fondamenti. La parola e il linguaggio costituiscono il fondamento stesso dell’esperienza analitica. E aggiunge subito qualcosa di decisivo: questa questione riguarda direttamente la tecnica.
In altre parole, la teoria lacaniana della parola e del linguaggio non è una riflessione filosofica aggiunta dall’esterno alla psicoanalisi. Determina immediatamente la pratica analitica. A seconda di come comprendiamo la natura della parola, comprenderemo anche che cos’è un’interpretazione e come opera.
Possiamo allora proporre un’ipotesi di lettura della sezione, e dire che:
la nozione di risonanza è il nome che Lacan dà all’efficacia propria della parola analitica quando questa viene concepita non come informazione, ma come evocazione.
La risonanza non è dunque un fenomeno secondario. Designa la modalità stessa d’azione dell’interpretazione.Tuttavia, la lettura del testo ci obbliga ad aggiungere subito una seconda tesi.
La risonanza non può essere separata dalla temporalità.Per questo il titolo della sezione non parla soltanto delle risonanze dell’interpretazione, ma anche del tempo del soggetto.
L’interpretazione produce effetti perché risuona. E risuona perché si dispiega in una temporalità che non coincide con l’istante in cui viene formulata. Possiamo leggere la sezione seguendo tre movimenti del testo.
In primo luogo, vedere come Lacan recupera la pratica freudiana dell’interpretazione di fronte alle derive oggettivanti della tecnica analitica del suo tempo.
In secondo luogo, interrogare la nozione di risonanza come nome di un’efficacia propria della parola.
Infine, esaminare perché Lacan concluda questo percorso spostando la questione dell’interpretazione verso la funzione del tempo.
Le risonanze dell’interpretazione e il tempo del soggetto non costituiscono due problemi distinti. Sono due nomi per una stessa questione. La questione di fondo, in definitiva, è capire come una parola possa produrre effetti reali su un soggetto.
I. Tornare alla parola
Il contesto in cui Lacan scrive questo testo è ben noto.
All’inizio degli anni Cinquanta, la psicologia dell’Io occupa una posizione dominante nel movimento psicoanalitico internazionale. L’interesse si sposta progressivamente verso l’adattamento, le difese, la forza dell’Io e l’osservazione delle relazioni oggettuali. Il centro di gravità dell’esperienza analitica sembra allontanarsi dalla parola per avvicinarsi a una psicologia della personalità.
Lacan coglie chiaramente questo spostamento. E lo denuncia fin dalle prime righe della sezione:
«si scopre lo scivolamento che si è operato, sempre a senso unico per allontanare l'interpretazione dal suo principio» (p. 283). La parola che utilizza è significativa: scivolamento.
Non si tratta di una rottura brutale né di un tradimento deliberato. Si tratta piuttosto di una deriva progressiva attraverso la quale l’interpretazione si è allontanata dal suo principio.
L’intero testo è animato dalla volontà di recuperare quel principio perduto. E per farlo Lacan torna ancora una volta a Freud.
II. Freud e l’utilizzazione della resistenza
Il riferimento all’Uomo dei Ratti occupa un posto privilegiato in questa argomentazione. Non è una coincidenza.
Tra tutti i casi freudiani, l’Uomo dei Ratti offre un esempio particolarmente chiaro del modo in cui Freud utilizzava la parola nella direzione della cura. Ciò che colpisce anzitutto Lacan è la distanza che separa la pratica freudiana da alcune ricostruzioni successive della tecnica analitica.
Gli analisti postfreudiani credono di riconoscere in Freud una serie di errori tecnici. Considerano eccessivi alcuni suoi interventi. Si sorprendono della sua libertà interpretativa. Arrivano persino a mettere in dubbio la correttezza del suo metodo.
Lacan rovescia completamente questa prospettiva. Ciò che scopre nella pratica freudiana non è una tecnica imperfetta, che non avrebbe ancora raggiunto la propria maturità. Scopre, al contrario, una comprensione straordinariamente precisa della funzione della parola.
L’esempio del racconto del supplizio dei ratti è particolarmente istruttivo. Freud ascolta il modo in cui il paziente descrive la scena ossessiva che lo tormenta. Percepisce immediatamente la mescolanza di orrore e fascinazione che accompagna quel racconto. Riconosce il godimento che si nasconde sotto l’apparenza dello spavento. Comprende anche la posizione immaginaria che lui stesso occupa all’interno della scena.
E tuttavia non risponde interpretando direttamente la resistenza. Non denuncia il meccanismo difensivo. Non smaschera il soggetto. Freud fa qualcosa di molto più sottile. Accetta momentaneamente di entrare nel gioco del paziente. Accompagna il suo discorso. Utilizza la resistenza stessa come strumento della cura.
Lacan formula allora un’osservazione che costituisce uno degli assi portanti dell’intera sezione:
«Freud, lungi dal misconoscere la resistenza, ne faccia uso come di una disposizione propizia alla messa in moto delle risonanze della parola» (p. 284).
Questa frase potrebbe essere considerata una prima definizione clinica della risonanza. La resistenza non compare qui come un ostacolo da eliminare immediatamente. E nemmeno come un fenomeno da interpretare sistematicamente. Diventa una disposizione favorevole a mettere in movimento qualcosa. E questo qualcosa sono precisamente le risonanze della parola.
L’espressione merita attenzione. Lacan non parla ancora di significanti concatenati né di struttura linguistica. Parla di risonanze. Il termine proviene chiaramente dal campo acustico e musicale. Una risonanza non è un contenuto. Non è una significazione. È un effetto. Qualcosa comincia a vibrare. Qualcosa si prolunga oltre il proprio punto d’origine. Qualcosa continua ad agire dopo essere stato emesso.
E Lacan aggiunge immediatamente:
«L'analisi consiste nel giocare sui numerosi righi della partitura costituita dalla parola nei registri del linguaggio» (p. 284).
La metafora musicale diventa qui esplicita. La parola appare come una partitura. L’interpretazione non agisce su un unico livello. Fa vibrare simultaneamente registri differenti. Come accade in una composizione musicale, un elemento acquista il proprio valore attraverso le risonanze che produce nell’insieme.
Cominciamo così a comprendere che l’interpretazione non deve essere pensata come trasmissione di un’informazione o di un sapere sul sintomo del soggetto, e nemmeno come semplice decifrazione. La sua efficacia appartiene a un altro ordine. Appartiene all’ordine della risonanza.
III. Dal linguaggio come informazione al linguaggio come evocazione
Fin qui abbiamo visto come Lacan recuperi la pratica freudiana per mostrare che l’interpretazione non può essere ridotta a una tecnica di decifrazione né a una lettura psicologica delle resistenze. Ma non sappiamo ancora in che cosa consista, positivamente, quell’efficacia della parola che Freud mette in gioco.
La risposta comincia a delinearsi quando Lacan sposta la questione dalla pratica analitica verso una teoria del linguaggio. E questo movimento è fondamentale. Perché il problema dell’interpretazione dipende, in ultima analisi, da una domanda più fondamentale: che cos’è il linguaggio?
La risposta dominante nel pensiero contemporaneo tende a concepire, per dirlo rapidamente, il linguaggio come uno strumento di comunicazione. Parlare significherebbe trasmettere informazioni. L’emittente dispone di un messaggio, lo codifica e lo invia a un destinatario. L’efficacia della comunicazione dipende allora dalla fedeltà della trasmissione.
Lacan considera questa concezione assolutamente insufficiente. Non necessariamente perché sia falsa, ma perché lascia sfuggire ciò che costituisce la specificità della parola umana. Per questo scrive una delle frasi più importanti dell’intera sezione:
«la funzione del linguaggio non è quella di informare ma di evocare» (p. 292).
Potremmo dire che in questa formula è condensata tutta la teoria lacaniana dell’interpretazione. Informare ed evocare sono due operazioni radicalmente differenti. Informare significa trasmettere un contenuto. Evocare significa suscitare una presenza, ma si tratta di una presenza indefinita, non nominata come tale.
Informare presuppone che il senso sia già costituito, determinato. Ma per Lacan — e mi sembra molto importante tenerlo presente, perché ritornerà in forme diverse nel corso del suo insegnamento — evocare presuppone che il senso si produca nell’atto stesso della parola. È una conseguenza diretta: fa apparire qualcosa che non era scritto nel soggetto.
Pensiamoci in modo semplice. Quando qualcuno fornisce un’informazione, ciò che conta è l’esattezza del messaggio, la sua oggettività, potremmo dire.
Ma quando qualcuno evoca qualcosa, ciò che conta non è l’esattezza, bensì gli effetti che quell’evocazione produce, le conseguenze che ne derivano. Queste conseguenze si collocano piuttosto in un territorio enigmatico: non conosciamo la genealogia che ha prodotto quegli effetti. Conosciamo soltanto gli effetti che l’evocazione ha prodotto.
La differenza è enorme. Ed è precisamente questa differenza a separare una concezione psicologica dell’interpretazione da una concezione propriamente analitica.
Se l’interpretazione informasse, la sua efficacia dipenderebbe dalla comprensione. Se l’interpretazione evoca, la sua efficacia dipenderà da qualcos’altro. Da che cosa? Dipenderà da ciò che la parola mette in movimento al di là di quello che dice. Conosciamo la distanza che esiste tra il detto e il dire, tra l’enunciato e l’enunciazione.
Per questo, mi sembra che non sia casuale che Lacan abbia preparato questa tesi attraverso un lungo riferimento alla retorica e alla poetica.
La poesia costituisce probabilmente l’esempio più evidente di una parola la cui efficacia non può essere ridotta all’informazione. Nessuno legge una poesia per ottenere dei dati. Nessuno ascolta un verso per ricevere un’informazione. E tuttavia poche forme del linguaggio producono effetti soggettivi tanto eterogenei e tanto incisivi, effetti di verità, potremmo dire, ma non di una verità rivelata: piuttosto, di una verità che si incarna nel corpo, vale a dire di una verità che si allontana definitivamente da qualsiasi rappresentazione che pretenda di catturarla.
Perché? Perché la poesia opera precisamente attraverso l’evocazione. Fa sorgere qualcosa che prima non c’era. Non trasmette semplicemente un contenuto. Produce un evento.
Questo punto mi porta a ricordare una frase celebre di Mallarmé, pronunciata in un’intervista con Jules Huret nel 1891. Quando Huret gli chiede della poesia, Mallarmé risponde — lo cito —: «Nominare un oggetto significa sopprimere i tre quarti del godimento della poesia, che è fatto della felicità di indovinare a poco a poco; suggerirlo, ecco il sogno. Ed evocare a poco a poco un oggetto, attraverso una serie di decifrazioni» (Réponses à l’enquête sur l’évolution littéraire, 1891, p. 60, ed. Charpentier).
È straordinario il modo in cui lo dice Mallarmé. Lacan non cita qui questa formula di Mallarmé. Ma è difficile non avvertire una risonanza tra le due formulazioni. Anche per Lacan, la parola analitica non vale fondamentalmente per l’informazione che trasmette, ma per ciò che può evocare. Non si tratta di consegnare al soggetto un senso già costituito, bensì di far emergere qualcosa che dovrà essere ripreso, forse decifrato e, eventualmente, soggettivato da lui.
E forse è proprio qui che la poesia e l’interpretazione analitica si incontrano: non nel fatto che l’analista faccia poesia, naturalmente, ma nel fatto che, tanto nell’una quanto nell’altra, la parola possa operare lasciando qualcosa di aperto. Invece di chiudere il senso, lo mette in movimento o, eventualmente, lo cancella. Invece di dire tutto, fa risuonare qualcosa che resta sempre da ascoltare e che non ha alcuna nominazione.
L’interpretazione efficace non è quella che nomina esaustivamente. È quella che fa emergere una dimensione nuova dell’esperienza soggettiva. Per questo l’interpretazione analitica si trova molto più vicina all’evocazione poetica che alla spiegazione scientifica.
IV. La teoria della risonanza
È in questo contesto che apare la nozione di risonanza. La parola era già stata introdotta alcune pagine prima, a proposito dell’Uomo dei Ratti. Ma soltanto adesso acquista la sua vera portata concettuale.
Lacan scrive:
«ciò che è ridondanza per l'informazione è precisamente ciò che nella parola ha funzione di risonanza» (p. 292).
Questa frase merita una lettura attenta. Lacan sta dialogando qui con le moderne teorie dell’informazione, lo sappiamo. In queste teorie, la ridondanza appare come un elemento superfluo. Una ripetizione inutile. Un eccesso che diminuisce l’efficacia della comunicazione. Ogni teoria dell’informazione aspira a ridurre la ridondanza al minimo indispensabile. L’ideale della comunicazione sarebbe quello in cui nessun elemento risulta superfluo.
Ma la parola umana funziona in un altro modo, e Lacan lo mostra con grande precisione lungo tutto il testo. Perché è proprio questo che l’esperienza analitica dimostra continuamente. Ciò che sembra superfluo risulta spesso decisivo. Le ripetizioni. Le circonlocuzioni. Le esitazioni. I silenzi. Le associazioni inaspettate. Gli equivoci.
Tutto ciò che una teoria puramente informativa considererebbe secondario costituisce precisamente la materia prima dell’analisi.
Da questa prospettiva, e proponendo una definizione molto semplice, la risonanza può essere definita come ciò che, nella parola, eccede qualsiasi tipo di informazione. Non si tratta di un contenuto supplementare. Non si tratterebbe di una seconda significazione nascosta dietro la prima. Si tratta piuttosto di una propagazione. Di una riverberazione, di un’eco… Di un effetto che continua a prodursi dopo che la parola è stata pronunciata.
Un’interpretazione risuona quando non si esaurisce nell’istante della sua formulazione. Quando continua a lavorare. Quando continua a produrre associazioni. Quando riorganizza retroattivamente una storia. Quando modifica la posizione del soggetto senza imporgli una significazione.
Possiamo esemplificarlo con ciò che accade abbastanza spesso nell’esperienza analitica, quando un taglio, una scansione, una punteggiatura continuano a risuonare nel soggetto al di là della seduta. Se ripenso alla mia analisi, posso cogliere perfettamente questi momenti: quando si è già per strada, quando qualcosa di ciò che è accaduto nella seduta ci lascia in una dimensione diversa da quella del pensiero abituale. Qualcosa a cui difficilmente si possono continuare ad aggiungere significanti. È un effetto nel corpo, molto più che nel pensiero propriamente detto. Qualcosa risuona e non abbiamo le parole per dare una portata a ciò che si rende presente.
Per questo, per Lacan, la risonanza è una nozione essenzialmente temporale. Una campana risuona. Uno strumento risuona. Una voce risuona. In tutti i casi si tratta di qualcosa che persiste al di là dell’istante iniziale. La risonanza introduce una durata. Un intervallo. Un prolungamento.
Credo si possa comprendere abbastanza bene perché Lacan unisca, già nel titolo della sezione, la risonanza dell’interpretazione e il tempo del soggetto. La risonanza non è semplicemente un fenomeno acustico utilizzato metaforicamente. È piuttosto una figura temporale. La parola analitica produce effetti perché continua a risuonare nel tempo logico del soggetto.
V. La parola e il simbolo
Questo punto diventa ancora più chiaro quando Lacan affronta esplicitamente la questione dell’efficacia simbolica.
Afferma:
«Non v'è dubbio dunque che l'analista possa giocare sul potere del simbolo evocandolo in modo calcolato nelle risonanze semantiche dei suoi discorsi» (p. 288).
La formulazione è estremamente precisa. L’analista gioca sul potere del simbolo. Ma non lo fa trasmettendo significazioni. Lo fa evocando risonanze semantiche. È importante soffermarsi un momento su questa espressione.
Le risonanze semantiche non designano semplicemente una pluralità di significati. Designano piuttosto il modo in cui i significati si propagano e si trasformano gli uni negli altri.
Un simbolo non è mai isolato. Appartiene a una rete. Ogni significante rinvia ad altri significanti.
Ogni parola risveglia echi di altre parole. Ogni interpretazione produce effetti che eccedono ciò che apparentemente dice. L’efficacia del simbolo dipende precisamente da questa capacità di produrre risonanze.
Per questo Lacan può richiamarsi qui alla tradizione indiana del dhvani, inteso come la capacità della parola di far udire qualcosa che non viene detto direttamente.
L’aneddoto del leone evocato da Lacan è esemplare. La giovane non informa il brahmano della presenza del leone. Al contrario, lo informa della sua assenza. E tuttavia è proprio l’assenza a produrre l’effetto desiderato. Ciò che conta non è il contenuto manifesto del messaggio. Ciò che conta è quello che il messaggio fa risuonare.
L’insegnamento clinico che Lacan ricava da questo riferimento è evidente. L’interpretazione non agisce principalmente per ciò che dice. Agisce per ciò che fa udire. Non agisce attraverso l’informazione che trasmette. Agisce perché mette in moto la risonanza. Qui troviamo una prima formulazione rigorosa di un’idea che attraverserà l’intero insegnamento di Lacan.
L’analista non lavora con significazioni stabilizzate, con il detto, con gli enunciati. Lavora con gli effetti che il significante produce. E questi effetti sono sempre effetti di risonanza.
VI. La parola come corpo
La riflessione di Lacan in Funzione e campo raggiunge allora uno dei suoi momenti più sorprendenti per questa fase del suo insegnamento.
Lacan scrive:
«La parola infatti è un dono di linguaggio, e il linguaggio non è immateriale. È corpo sottile, ma è corpo» (p. 294).
Ci troviamo di fronte a una frase straordinaria. A prima vista potrebbe sembrare una semplice metafora. Eppure occupa una posizione fondamentale nel testo. Perché risponde direttamente a un’obiezione implicita. Se la parola produce effetti reali, come dobbiamo concepire questa efficacia?
La risposta di Lacan consiste nell’affermare la materialità stessa della parola. Il linguaggio non è una realtà astratta. Non è una pura significazione. Non è un’entità ideale. È corpo.
Un corpo sottile, dice Lacan, certamente. Ma corpo.
Ed è proprio qui che Lacan fa un passo ulteriore. Perché, subito dopo questa affermazione, non si ferma a una formulazione generale, ma comincia a mostrare come le parole siano catturate nelle immagini corporee che imprigionano il soggetto. E offre una serie di esempi clinici straordinariamente forti:
«Le parole [moti] sono prese in tutte le immagini corporee che imprigionano il soggetto; possono ingravidare l’isterica, identificarsi con l’oggetto del penis-neid, rappresentare il fiotto d’orina dell’ambizione uretrale, o l’escremento ritenuto del godimento avaro» (p. 294).
In altre parole, la parola non produce soltanto un effetto sul corpo. La parola può essere presa nel corpo, può rimanere catturata in un’immagine corporea, può acquisire una funzione erogena, può condensare un godimento. E qui Lacan fa qualcosa che mi sembra fondamentale: non sta costruendo una teoria astratta del rapporto tra significante e corpo. Sta mostrando come questo rapporto si verifichi nella clinica.
La parola può «ingravidare l’isterica», può identificarsi con l’oggetto del penis-neid, può rappresentare il getto d’urina dell’ambizione uretrale o l’escremento trattenuto del godimento avaro. Sono esempi che provengono direttamente dall’esperienza analitica e, in diversi casi, dai materiali clinici di Freud.
E questo prosegue nelle pagine successive. Lacan ricorda, per esempio, il caso dell’Uomo dei Lupi: la parola Wespe, «vespa», subisce una sorta di operazione sulla propria materialità. La W iniziale viene castrata per diventare la S.P. delle iniziali dell’Uomo dei Lupi, proprio nel momento in cui il soggetto realizza simbolicamente la punizione di cui era stato oggetto da parte di Grusha, la donna associata alla scena della vespa.
È un esempio straordinario, perché qui la parola non funziona come qualcosa che semplicemente significa qualcos’altro. La materialità stessa della parola, una lettera, un’iniziale, può entrare nell’operazione del sintomo.
Lacan fa qualcosa di analogo con l’Uomo dei Ratti. Ricorda la S che rimane come residuo di una formula di scongiuro nella quale si erano condensate le invocazioni ossessive del paziente. Freud ricava da quella cifra l’anagramma del nome della donna amata e, unito all’amen finale dell’eiaculazione, quel resto letterale finisce per essere legato all’eiaculazione simbolica del suo desiderio impotente.
Siamo dunque molto lontani da una concezione del linguaggio come strumento di comunicazione. Qui la parola, persino una lettera, può essere presa dal corpo, può entrare in un’economia di godimento e può far parte di una costruzione sintomatica.
E Lacan si spinge ancora oltre. Cita poi il lavoro di Robert Fliess, ispirato alle osservazioni di Abraham, per mostrare che il discorso nel suo insieme può diventare oggetto di un’erotizzazione, seguendo gli spostamenti dell’erogeneità nell’immagine corporea che si producono nella relazione analitica. Il discorso può così acquisire una funzione fallico-uretrale, erotico-anale, sadico-orale.
Questo mi sembra molto importante perché introduce una questione che ritroveremo molte volte in Lacan: il corpo non è semplicemente ciò su cui il significante agisce dall’esterno. Il corpo è già implicato nel significante.
La parola può diventare un oggetto immaginario e persino reale per il soggetto. Può erotizzarsi. Può produrre sintomi. Può rimanere legata a determinate zone del corpo e a determinate modalità di godimento.
E allora possiamo comprendere meglio perché Lacan possa affermare che il linguaggio è corpo. Non si tratta soltanto di dire che il linguaggio produce effetti sul corpo. Si tratta di qualcosa di più radicale: il linguaggio fa parte dell’economia stessa attraverso cui il corpo si costituisce come corpo di godimento.
Questo permette anche di comprendere diversamente la questione dell’interpretazione. Un’interpretazione non opera soltanto perché apporta un nuovo significato. Opera perché una parola può venire a toccare qualcosa nel corpo del soggetto, qualcosa che è legato alla sua storia, alle sue identificazioni, ai suoi fantasmi e alla sua modalità di godimento.
La risonanza acquista qui una dimensione molto più precisa. La parola risuona perché incontra un corpo che è già abitato dalle parole, un corpo che parla. Un corpo sul quale il linguaggio ha lasciato delle tracce e nel quale determinate parole, determinati significanti, determinate lettere hanno acquisito una consistenza che non è puramente semantica.
E forse è per questo che è così importante che Lacan, dopo aver detto che «il linguaggio non è immateriale», non si fermi a una definizione, ma ci conduca immediatamente a Freud e alla clinica. Perché ciò che cerca di mostrare è che la materialità del linguaggio non è una tesi filosofica. La si può ritrovare nei sintomi, nei fantasmi, nelle inibizioni, nelle formazioni dell’inconscio e, soprattutto, nelle forme singolari in cui il corpo rimane implicato nella parola.
Questa affermazione ha conseguenze cliniche che vanno ben oltre questo testo e che assumeranno forme differenti, fino ad arrivare, nell’ultimo insegnamento, a uno spostamento dell’Altro: l’Altro del significante, l’Altro così come si delinea in questa fase dell’insegnamento di Lacan, l’Altro del discorso, quell’Altro che Lacan ha istituito come riferimento fondamentale del suo algebra, quell’Altro che conosciamo attraverso il matema della A maiuscola. Questo Altro perderà consistenza, si indebolirà nella sua operatività clinica e cambierà statuto. Sarà il corpo a raccoglierne il testimone clinico, se possiamo dirlo così. Per il Lacan dell’ultimo insegnamento, l’Altro non è più l’Altro del significante, del discorso dell’Altro, dell’inconscio, in definitiva. L’Altro è il corpo.
Ma, tornando a questo momento dell’insegnamento di Lacan, nel quale il corpo fa già la sua comparsa, possiamo comprendere perché i sintomi possano essere trasformati da un’interpretazione. Possiamo capire perché una parola possa produrre sofferenza. Possiamo capire perché una frase ascoltata nell’infanzia possa accompagnare un soggetto per tutta la vita. La parola lascia delle tracce. Inscrive delle impronte, ma queste impronte non si inscrivono in un’astrazione: si scrivono nel corpo. E producono eventi del corpo.
In questo modo, la risonanza diventa il nome di un’azione effettiva del significante sul corpo del soggetto. E forse possiamo dire che qui si trova il punto da cui l’ultimo insegnamento di Lacan arriverà a formulare la questione del corpo parlante.
Ma non siamo ancora lì. Nel 1953 la problematica resta quella della parola e della verità.
Tuttavia, il corpo ha già fatto la sua comparsa. E non abbandonerà più la scena nell’insegnamento di Lacan. È senza dubbio interessante distinguere gli effetti di verità della parola dagli eventi del corpo che l’atto analitico può far emergere in qualsiasi momento del percorso di una cura.
VII. La struttura della risposta e il riconoscimento
Se la parola analitica produce effetti che non possono essere ridotti alla trasmissione di informazioni, di un sapere o di una suggestione, è perché la parola stessa possiede una struttura che eccede qualsiasi forma di comunicazione, di trasmissione oggettiva, di contenuti, qualunque cosa siano.
Proviamo a pensarci un po’. La parola è sempre diretta a qualcuno. Ogni parola presuppone un destinatario. E possiamo supporre che ogni parola attenda anche una risposta. In altre parole, ogni parola implica l’Altro.
Questo punto attraversa Funzione e campo fin dalle prime pagine e ricompare costantemente nella sezione che stiamo commentando.
La risonanza non può essere compresa come un fenomeno puramente individuale. Non è qualcosa che accade all’interno di una coscienza. Non è una vibrazione psicologica. Appartiene a una struttura intersoggettiva. La parola risuona perché è rivolta all’Altro.
E per Lacan è precisamente nella risposta dell’Altro che il soggetto trova la possibilità di riconoscersi. Per questo Lacan insiste ripetutamente sul fatto che la verità non costituisce una proprietà interiore del soggetto. La verità emerge nella parola. E emerge in una parola rivolta, nel transfer, a un Altro che è l’analista.
Fin dai suoi inizi, l’esperienza analitica è stata concettualizzata come un’esperienza della parola. La cura non consiste, diciamo, nell’osservazione del soggetto. Consiste in una pratica della parola, rigorosamente delimitata dalla sua regola fondamentale: dica tutto ciò che le viene in mente.
Ma una parola acquista valore soltanto perché trova un luogo in cui essere accolta nel transfer. Perché è rivolta a un Altro disposto ad ascoltarla. E la risonanza designa precisamente questa capacità della parola di produrre effetti al di là dell’istante in cui viene pronunciata.
Potremmo dire che una parola risuona perché non trova immediatamente la propria chiusura nel transfer. Non diciamo al soggetto che ciò che ha detto è esatto, che quella è la verità o la sua verità. Operiamo piuttosto per lasciare aperto il luogo della significazione, affinché sia il soggetto stesso a poter far emergere un effetto di verità o un evento che mette in gioco il corpo.
E la risonanza della parola continua ad agire, ben oltre il momento in cui è stata pronunciata. E cerca una risposta, che il soggetto dovrà costruire. In questo senso, la risonanza e il riconoscimento appartengono alla stessa problematica.
Un’interpretazione risuona perché continua ad attendere qualcosa dal soggetto. Non impone un significato. Non chiude ancora il senso. Piuttosto, apre una domanda. Ed è proprio questa apertura, questo vuoto che la risonanza imprime, a rendere possibile che il lavoro analitico produca degli effetti.
VIII. Dallo spazio al tempo
Arrivati a questo punto, possiamo comprendere meglio perché Lacan introduca progressivamente la questione del tempo.
A prima vista potrebbe sembrare un cambiamento di argomento. In realtà accade esattamente il contrario. La questione del tempo emerge come conseguenza necessaria della teoria della risonanza.
Perché una risonanza è, innanzitutto, un fenomeno temporale. Una risonanza implica una durata. Implica un intervallo. Implica una persistenza. Non so, forse potremmo dire che non esiste una risonanza istantanea, oppure che, in determinate circostanze della cura, esistono momenti folgoranti, come dice Lacan. Un suono risuona perché continua al di là del momento in cui è stato emesso. Allo stesso modo, un’interpretazione risuona perché continua a produrre effetti oltre il momento in cui è avvenuta.
Credo che sia per questo che Lacan può scrivere:
«si vede quindi l'altro momento in cui il simbolico e il reale si congiungono (...) nella funzione del tempo» (p. 300).
La frase merita che ci soffermiamo. Il problema non è più soltanto quello della parola. E non è nemmeno soltanto quello del simbolo. La questione consiste ora nel comprendere come il simbolo produca effetti reali.
E la risposta di Lacan è sorprendente. Il luogo in cui il simbolico e il reale si articolano non è lo spazio. È il tempo. La parola produce effetti perché si dispiega in una temporalità propria. L’interpretazione non opera nell’istante. Opera nella durata. Non agisce attraverso una causalità meccanica. Agisce attraverso una causalità temporale. Credo che sia qui che la risonanza trovi il suo vero fondamento.
IX. Il tempo proprio del soggetto
L’introduzione del tempo permette a Lacan di formulare una tesi che avrà un’importanza enorme in tutto il suo insegnamento successivo.
Il soggetto, il soggetto dell’inconscio, non abita semplicemente un tempo cronologico, lo sappiamo. Non vive nella successione omogenea degli orologi. Esiste una temporalità specificamente soggettiva. E non possiamo evitare di ricordare il testo di Lacan, Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata, nel quale la temporalità viene articolata in tre momenti: l’istante dello sguardo, il tempo per comprendere e il momento di concludere.
Sappiamo che non si tratta di tre momenti che semplicemente si succedono nel tempo, ma di una temporalità nella quale ciascun momento modifica il valore degli altri. Il soggetto si trova così implicato in un movimento temporale che lo conduce a concludere prima di disporre di una certezza pienamente costituita. La certezza si anticipa e, nello stesso tempo, potrà essere verificata soltanto attraverso il movimento stesso che conduce a essa.
Questo ci permette di comprendere meglio qualcosa che Freud aveva già scoperto: gli eventi di una vita possono acquisire retroattivamente una nuova significazione. La causalità psichica non ha nulla a che vedere con l’ordine cronologico. Un evento successivo può modificare il senso di un evento precedente, così come un ricordo può acquisire una nuova efficacia molti anni dopo essere accaduto.
Anche un’interpretazione può produrre effetti molto tempo dopo essere stata formulata. Tutto questo presuppone una temporalità diversa dalla semplice successione cronologica. La risonanza costituisce precisamente una delle forme di questa temporalità. Un’interpretazione risuona perché il soggetto non coincide mai pienamente con se stesso nell’istante presente. Esiste sempre uno décalage, uno scarto, un ritardo, un lavoro retroattivo. È lì che la parola trova la propria efficacia: non perché imponga immediatamente un senso, ma perché rimane disponibile per un’elaborazione futura.
L’interpretazione, dunque, non si iscrive semplicemente nel tempo del soggetto: ciò che conta è che ne modifica la temporalità. Ed è proprio per questo che può risuonare.
Questo ci conduce direttamente a una questione tecnica: se l’interpretazione ha una temporalità propria e se la sua efficacia dipende dal modo in cui si inscrive nel tempo del soggetto, allora anche la durata della seduta smette di essere una questione puramente cronologica. Il tempo della seduta può diventare esso stesso un intervento. Ed è qui che Lacan introduce le ragioni profonde dell’abolizione del tempo cronologico nella direzione di una cura.
X. La durata della seduta e la scansione
La riflessione di Lacan sul tempo conduce inevitabilmente alla questione tecnica della durata della seduta. Questo punto va letto a partire dalla pratica stessa di Lacan e dagli effetti che un nuovo uso del tempo introduce nel dispositivo analitico.
Tuttavia, conviene prestare attenzione a ciò che il testo stesso propone. Ciò che interessa qui non è ancora tanto la seduta breve come procedura tecnica. Ciò che interessa è la funzione della punteggiatura.
Se la parola possiede un’efficacia temporale, allora l’atto analitico non può limitarsi ad aggiungere interpretazioni, a prolungare la seduta in una metonimia infinita che non avrebbe altro modo di concludersi se non con i cinquanta minuti stabiliti dal tempo cronologico.
La prospettiva del tempo nella seduta consiste piuttosto nell’introdurre dei tagli. Possono essere pause, interruzioni, scansioni. Sappiamo perfettamente come una punteggiatura modifichi il senso di una frase, a volte in modo radicale. Non aggiunge un contenuto nuovo, né trasmette un’informazione supplementare. Eppure possiede la potenza di trasformare radicalmente ciò che viene ascoltato. Ed è questo che accade in un’analisi le cui sedute non sono orientate dalla cronologia.
L’interruzione di una seduta può produrre effetti proprio perché introduce una punteggiatura nel discorso del soggetto, e la parola continua a lavorare dopo il taglio. Continua a risuonare. La seduta termina. Ma la risonanza continua. Qui troviamo una delle formulazioni più feconde dell’intera sezione.
L’interpretazione non coincide necessariamente con una frase pronunciata dall’analista. Può consistere, e molto spesso è proprio così, in un’operazione sul tempo. Può consistere in una scansione. Può consistere in un silenzio. Può consistere in un taglio. Ciò che conta è il modo in cui quelle parole, o persino quei silenzi, possono riorganizzare la temporalità libidinale del soggetto.
XI. Una critica della psicologia a due corpi
Tutto il percorso che abbiamo appena seguito permette di comprendere meglio il bersaglio polemico di Lacan. Chi sono i suoi interlocutori? Chi critica, e perché?
La tecnica postfreudiana tende progressivamente a concepire la cura come una relazione tra due individui. L’attenzione si sposta verso gli atteggiamenti dell’analista e le sue risposte emotive. L’intera teoria del controtransfert risponde a questa logica, orientata verso la gestione della relazione interpersonale. In una parola, verso una psicologia a due corpi.
Lacan si oppone radicalmente a questo orientamento, non perché neghi la complessità della relazione tra analista e analizzante, ma perché considera che il vero campo analitico si trovi altrove. Si trova nella parola. Nel discorso. Nella struttura simbolica.
Possiamo dirlo in questo modo: l’interpretazione non opera attraverso la personalità dell’analista. Non opera attraverso le sue qualità umane. E ancor meno opera attraverso un’influenza affettiva. Opera in un senso radicalmente diverso: opera perché interviene in una struttura significante.
E questo intervento, qualunque esso sia, ha la proprietà di produrre risonanze.
L’efficacia analitica non va cercata in qualcosa che finisce per diventare una psicologia di due soggetti. Va cercata nella logica della parola. L’analista si fa supporto di questa struttura, che non si confonde con la sua persona. È piuttosto un agente che permette all’efficacia della parola di agire senza perturbare troppo la singolarità con cui ogni soggetto mette in gioco il proprio rapporto con la parola.
XII. Conclusione. Risonanza e tempo
Possiamo ora tornare al titolo della sezione. A prima vista sembrava riunire due temi distinti:
le risonanze dell’interpretazione e il tempo del soggetto. La lettura del testo mostra, tuttavia, che i due termini sono inseparabili. La risonanza è il nome che Lacan dà a un’efficacia della parola irriducibile all’informazione e alla comunicazione.
L’interpretazione non opera perché trasmette un sapere. Non opera perché comunica una verità già costituita. Opera perché evoca. Perché mette in movimento una rete di significanti. Perché produce effetti che eccedono ciò che apparentemente dice.
Ma è proprio per questo che la risonanza conduce necessariamente alla questione del tempo. Una risonanza esiste soltanto nella durata. Esiste soltanto come lavoro differito della parola.
L’interpretazione analitica trova qui la propria temporalità. Non coincide con l’istante della sua formulazione. Continua ad agire. Continua a produrre effetti. Continua a risuonare. Forse è questo l’insegnamento fondamentale di questa sezione. La parola analitica non vale per ciò che informa.
Vale per ciò che fa risuonare. Ed è precisamente in questa risonanza che il soggetto trova la possibilità di trasformare il proprio rapporto con la verità.
Apertura
Se volessimo prolungare la questione oltre i limiti di Funzione e campo, potremmo formularla nel modo seguente: che cosa accade a questa nozione di risonanza quando, vent’anni più tardi, Lacan sposta il centro di gravità del suo insegnamento dalla verità al godimento?
La risposta eccede la cornice di questo testo. Ma forse possiamo affermare che la domanda rimane la stessa.
Come può una parola produrre effetti reali? Come può la parola toccare il reale per rettificare, per quanto possibile, l’economia del godimento, il funzionamento della pulsione?
Nel 1953 la risposta si organizza attorno alla parola, all’evocazione e alla verità. Negli anni Settanta si organizzerà attorno al corpo parlante e a lalangue. Tuttavia, in entrambi i casi, si tratta di pensare la stessa questione: l’efficacia propria del dire.
Ed è proprio per questo che questa breve sezione occupa un posto così singolare nell’insegnamento di Lacan. Perché contiene già, allo stato nascente, una delle domande più persistenti di tutto il suo insegnamento.
XIII. L’analista e la soggettività della propria epoca
Vorrei terminare tornando a una frase di Lacan che, proprio perché è stata ripetuta così tante volte, rischia di diventare una sorta di litania, perdendo la forza che possiede nel contesto in cui compare.
Lacan conclude questo testo dicendo:
«Meglio dunque che rinunci colui che non riesce a raggiungere, nel proprio orizzonte, la soggettività della sua epoca.»
È una frase straordinariamente esigente. Quasi superioica, se non fosse che in questa frase veicola un desiderio; veicola, se possiamo dirlo così, il Wunsch freudiano, ciò che di indistruttibile Freud individua nel desiderio.
Vediamo un po’ più a fondo in che cosa consista questa formula tanto ripetuta. Credo che Lacan non stia dicendo semplicemente che l’analista debba essere informato su ciò che accade nel mondo. Non si tratta del fatto che debba leggere i giornali, conoscere le nuove tecnologie, sapere che cosa accade sui social network o essere aggiornato sulle trasformazioni culturali. Tutto questo può essere necessario, ma non è ancora ciò che Lacan chiama la soggettività di un’epoca.
La questione è un’altra.
Si tratta di poter ascoltare che cosa è cambiato nei modi in cui oggi un soggetto può parlare della propria sofferenza, del proprio desiderio, del proprio corpo, dei propri legami, del proprio godimento. Si tratta di riconoscere che i sintomi non compaiono mai al di fuori della storia, al di fuori del discorso che costituisce un’epoca. Questo è uno degli insegnamenti di Funzione e campo della parola…
E questo introduce un’esigenza molto particolare per l’analista: non confondere ciò che permane della struttura con le forme storiche attraverso cui quella struttura si presenta.
L’inconscio non cambia semplicemente perché cambia un’epoca. Ma cambiano i modi in cui il soggetto si incontra con ciò che non sa di sé. Cambiano i significanti di cui dispone, cambiano le identificazioni, cambiano le forme del legame sociale, cambiano i modi in cui si presenta il sintomo.
Ed è per questo che la clinica non può essere una ripetizione indefinita della clinica di un’altra epoca. L’analista deve poter leggere ciò che, in ogni momento storico, viene a fare sintomo. Forse possiamo dirlo in modo ancora più radicale: l’analista deve lasciarsi insegnare dai sintomi della propria epoca.
Non per diventare un interprete della cultura. E nemmeno per abbandonare i principi della psicoanalisi in nome della novità. Ma per poter ascoltare in che modo, attraverso questi nuovi sintomi, continua a parlarci il soggetto dell’inconscio.
Perché se l’analista non riesce a leggere ciò che sta accadendo nel discorso del proprio tempo, rischia di ascoltare il soggetto attraverso categorie che non gli appartengono più.
E allora può accadere qualcosa di paradossale: che l’analista creda di ascoltare il soggetto quando, in realtà, sta ascoltando la rappresentazione che si è fatto di come fosse un soggetto in un’altra epoca. Questo mi sembra particolarmente importante oggi.
Non perché la nostra epoca sia eccezionale — ogni epoca vive se stessa come eccezionale —, ma perché assistiamo a trasformazioni molto profonde nei modi in cui ci rapportiamo al sapere, al corpo, all’immagine, all’altro e anche alla parola. E l’analista non può restare estraneo a queste trasformazioni. Deve potersi chiedere quali effetti producano sul soggetto.
Quali nuovi significanti compaiano. Quali nuove forme assuma l’angoscia. Quali nuovi modi di godimento si presentino.
Che cosa accade al sintomo quando il soggetto si trova immerso in discorsi che pretendono di anticipare, classificare, misurare e nominare in anticipo ciò che gli accade. Oppure quando si trova esposto a una forma inedita di solitudine e di abbandono, e cerca rifugio, per esempio, nella nuova figura del SsS rappresentata dall’IA.
Non so se stiamo ancora soggettivando il brutalissimo impatto dell’IA sul legame sociale. Questo sarebbe un altro seminario. Che cosa potremmo dire, che cosa potremmo apportare a partire da questo cambiamento di paradigma senza ritorno che l’IA ha già introdotto?
E qui possiamo tornare, in modo inaspettato, all’inizio del nostro percorso. Perché eravamo partiti dalla parola. Da una parola che, per Lacan, non informa semplicemente, ma evoca.
Potrà l’IA raccogliere il testimone dell’evocazione che Lacan illustra in questo testo? Potrà introdurre un’interpretazione che non consiste nel comunicare un sapere già costituito, ma nel produrre risonanze? Una parola il cui effetto non può essere separato dal tempo del soggetto?
E questo ci riguarda come analisti in modo quasi urgente. Perché ci sia interpretazione, deve esserci un analista capace di ascoltare la parola del proprio tempo.
Non basta conoscere Freud. Non basta conoscere Lacan. Non basta nemmeno aver attraversato una formazione analitica. Tutto questo è indispensabile, ma non garantisce di per sé che un analista sappia ascoltare ciò che sta accadendo nel presente. La formazione dell’analista deve comprendere anche questa capacità di lettura.
Leggere un’epoca non significa comprenderla interamente. Forse è proprio il contrario: significa saper individuare ciò che, in essa, non si lascia comprendere fino in fondo, ciò che fa sintomo, ciò che insiste, ciò che ritorna sotto nuove forme.
E forse è per questo che Lacan può concludere questo testo facendo dipendere da questa lettura dell’epoca niente meno che la possibilità di occupare la posizione dell’analista.
Perché la frase continua: «Perché, come potrebbe fare del suo essere l’asse di tante vite, chi nulla sapesse della dialettica che lo impegna insieme a queste vite in un movimento simbolico.»
Come potrebbe fare del proprio essere l’asse di tante vite chi non sapesse nulla della dialettica che lo coinvolge, insieme a queste vite, in un movimento simbolico?
Lacan introduce una dimensione etica della posizione dell’analista, lo sappiamo. E inventare i modi per sostenere questa etica è la posta in gioco in un mondo che ha già lanciato i suoi cuccioli più feroci. E l’analista non è al di fuori dell’epoca che ascolta. Ne è coinvolto da cima a fondo. Ed è proprio per questo che deve poter raggiungere, nel proprio orizzonte, la sua soggettività.
Potremmo allora dire che leggere l’epoca fa parte dell’ascolto analitico. E che, in ultima analisi, l’esigenza formulata da Lacan non consiste soltanto nel fatto che l’analista sappia interpretare. Piuttosto, si tratta del fatto che possa continuare a essere capace di ascoltare.
Ascoltare il soggetto che arriva oggi, con le parole di oggi, con i sintomi di oggi, con i modi di godimento di oggi, senza dimenticare che ciò che ascolta possiede una struttura che non si riduce a nessuna epoca. Ed è qui, infine, che tornano a incontrarsi i due termini che hanno attraversato tutta la nostra sezione: la risonanza e il tempo.
L’interpretazione può risuonare soltanto se incontra il soggetto nel suo tempo. E l’analista può occupare veramente il proprio posto soltanto se è capace di ascoltare il tempo in cui gli è toccato essere analista.
«Forse essere analista consiste anche in questo: saper ascoltare ciò che, nella nostra epoca, ancora non sappiamo ascoltare.»