
Marco Focchi
Conferenza tenuta a Malaga il 16 maggio 2025
In un'intervista alla radio belga del 14 dicembre 1966, Lacan inizia il suo discorso dicendo che oggi nessuno può dire cosa sia l'inconscio, ma d'altra parte, nemmeno sappiamo cosa sia la natura, e questo non impedisce alla fisica di operare su di essa. Allo stesso modo, possiamo dire che non è necessario avere preventivamente una definizione dell'inconscio per poterci lavorare.
Per vedere quel che realmente sappiamo sulla natura, consideriamo ciò che dicono i fisici, tra i quali troviamo due orientamenti fondamentali: uno, rappresentato dalla scuola realista, assegna un'esistenza effettiva ai componenti ultimi della natura, quark, leptoni, bosoni – elementi che la tecnologia attuale non è in grado di misurare e che quindi si suppongono particelle senza dimensione – e crede che queste particelle siano entità esistenti sotto tutti gli aspetti, dotate di uno statuto ontologico; l'altro orientamento è rappresentato dalla scuola strutturalista, che considera queste particelle non come entità reali, ma come effetti dell'eccitazione di campi quantici. I fisici sono quindi in ultima analisi incapaci di attribuire uno statuto preciso agli elementi di base della loro disciplina, senza che questo impedisca loro di utilizzarli per vari scopi pratici, come il calcolo quantistico, il miglioramento delle fibre ottiche, lo sviluppo di materiali superconduttori, per non parlare delle reazioni di fusione nucleare.
Quanto all'inconscio, Freud sentì la necessità di giustificarlo per la prima volta in un testo del 1912, quando già da più di vent'anni lavorava su di esso – avendo iniziato con l'ipnosi, e poi continuato con la tecnica dell'associazione libera.
In qualsiasi pratica possiamo vedere uno divario tra l'uso di un termine o concetto e la sua comprensione, e notiamo come in realtà sia l'uso ad aprire la possibilità della comprensione. Sul piano tecnologico, l'efficacia apre la possibilità di dare senso a quel che si fa. Prima di chiederci che cosa sia l'inconscio – domanda in fondo ingannevole, poiché l'inconscio non è una cosa – dovremmo forse chiederci quale funzione abbia per noi parlare dell'inconscio, perché solo da qui possiamo iniziare a capire di che cosa si tratta.
Possiamo anche aggiungere che la comprensione cambia man mano che variano gli usi. Se non abbiamo la stessa nozione di inconscio che aveva Freud è perché viviamo in un mondo diverso, che ci impone altri ritmi, ci pone altre preoccupazioni, ci sollecita altre urgenze.
Questa precedenza dell'uso sulla comprensione divenne chiara per il secondo Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche. Avendo abbandonato il concetto, presente nel Tractatus, di verità come corrispondenza, Wittgenstein considera che il significato emerge dall'uso delle parole, dai contesti in cui le facciamo intervenire nelle nostre pratiche, dai giochi linguistici in cui entrano. Le parole non acquisiscono significato in virtù di una connessione diretta con oggetti o stati di cose, ma attraverso pratiche linguistiche condivise.
Da un punto di vista psicoanalitico dobbiamo aggiungere che non solo usiamo le parole, ma siamo anche usati dalle parole. La stratificazione storica delle parole ci parla prima che possiamo pensare di parlare, perché la parola ci prende prima che noi la prendiamo.
Consideriamo una delle definizioni che Lacan dà dell'inconscio all'inizio degli anni 1950: l'inconscio è il discorso dell'Altro. Questo significa che il soggetto si inserisce in una rete di significanti strutturati e articolati che precedono la sua nascita, perché si parla di lui quando ancora non è apparso al mondo. In questo discorso – che si tesse molto prima che egli possa anche solo immaginare di dire qualcosa, anzi, prima ancora che egli sia il soggetto in cui si trasformerà – il soggetto rimane catturato. È il discorso che agisce su di lui, è il discorso che parla di lui, non è lui che fa discorsi. Il termine discorso in questa fase non si prende nel senso formale che acquisirà più tardi, quando Lacan, nel 1969-70, con il seminario Il rovescio della psicoanalisi, introduce le formule di quelli che chiamò: i quattro discorsi.
Se, assumendo la definizione degli anni 1950, l'inconscio è il discorso dell'Altro, vogliamo darle l'aspetto formale che il termine discorso ha assunto dagli anni 1970, quello dei quattro discorsi definiti da Lacan, vale a dire il discorso dello psicoanalista, quello dell'isterica, quello dell'università e quello del padrone, è certamente quest'ultimo che dobbiamo inserire nella formula: l'inconscio è il discorso dell'Altro, perché l'inconscio è il discorso del padrone.
Sappiamo da quale matrice hegeliana Lacan trae il suo riferimento per parlare del padrone: è dalla sezione della Fenomenologia dello spirito dedicata all'autocoscienza e intitolata Signoria e servitù. Il padrone qui è colui che esce vittorioso dalla lotta per il puro prestigio, colui che non arretra di fronte alla possibilità della morte, perché per lui c'è qualcosa di più importante della vita, e questo è il riconoscimento.
Tuttavia, con il riconoscimento, ponendo in cifra un primato, una supremazia sull'altro, si segna una perdita. Il primato e la cifratura conducono a una perdita di contatto con l'immediatezza della vita. Già in questo vediamo l'implicazione e la conseguenza della simbolizzazione: il segno del prestigio vale più della vita, ed è l'insieme di questi segni, di questi indici, ciò che costituisce la rete simbolica in cui il bambino si inserisce per diventare soggetto.
L'inconscio si compone dunque di queste figure che implicano una perdita vitale, un abbandono dell'innocenza della vita animale come prezzo pagato per entrare nei codici umani. Sono codici, figure, significanti che nell'algebra lacaniana scriviamo in sequenze indicizzate: S1, S2, S3…
Questa maniera di formulare l'inconscio che, strutturato come un linguaggio, è composto di elementi significanti, se da un lato segue perfettamente il modello freudiano, dall'altro al tempo stesso se ne distanzia, nella misura in cui l'inconscio freudiano è composto invece di rappresentazioni. Questa differenza non è affatto trascurabile, poiché il concetto di rappresentazione porta con sé una serie d'implicazioni derivate dalla tradizione filosofica, dalla quale Freud evidentemente si distanzia, ma i cui termini prende con tutto il retaggio che questi portano con sé.
Il termine rappresentazione arriva a Freud dai suoi maestri e ispiratori, il primo dei quali è Franz Brentano e il secondo è Johann Friedrich Herbart, allievo di Fichte e successore di Kant a Könisberg. Per Brentano la rappresentazione ha sempre un carattere intenzionale, cioè si riferisce invariabilmente a un oggetto, sia esso reale o immaginario. Non importa se l'oggetto è presente nella realtà, ma deve essere presente, in un modo o nell'altro, nella coscienza. Pertanto, una rappresentazione vuota non può mai esistere. Questo implica un valore ontologico che certamente ha implicazioni cliniche. Credo possiamo dire che il punto morto incontrato da Freud alla fine dell'analisi – di cui parla in Analisi terminabile e interminabile, e che si relaziona al punto di arresto in quello che egli chiama la roccia basilare, la roccia della castrazione – è collegato al carico ontologico che porta con sé la nozione di rappresentazione. La castrazione nel senso in cui Lacan la intende, come presenza di una mancanza, non può infatti apparire in un inconscio fatto di rappresentazioni.
Non possiamo dire lo stesso dell'inconscio fatto di significanti, poiché i significanti sono la morte della cosa, sono cancellature. Non sono segni primariamente espressivi, ma lettere che si depositano come tracce dell'evento pulsionale. Sono una codifica di ciò che è sparito.
L'inconscio fatto di significanti presenta concatenazioni, sequenze, frasi che hanno lasciato una traccia alla quale il soggetto reagisce con determinati comportamenti. Queste sequenze sono algoritmi? Consideriamo come funzionano gli algoritmi. Non so se abbiate mai interagito con l'intelligenza artificiale, ma è impressionante vedere come l'IA "capisca" ciò che le si chiede e come risponda adeguatamente. Per esempio una volta, per prova, le chiesi di dirmi come Emmanuel Todd definisce il patriarcato. Era il momento in cui un ministro, con intenzioni polemiche, aveva lanciato la questione del patriarcato nell'arena del dibattito politico. Todd è uno storico e antropologo che ha studiato particolarmente i modelli familiari in diverse culture. Volevo quindi vedere se l'IA potesse sintetizzare la definizione scientifica del patriarcato che conoscevo dal lavoro di Todd. L'IA me la fornì con una certa precisione, aggiungendo che Todd non demonizza il patriarcato, e che il patriarcato non è universalmente riconosciuto come un male assoluto. Questi ultimi sono giudizi di valore che non avevo affatto implicato nella mia domanda, poiché semplicemente stavo chiedendo come Todd definisse il patriarcato, non come lo giudicasse. Potremmo dire quindi che la risposta, nella preoccupazione di prevenire i miei possibili pregiudizi, partì dai pregiudizi intrinseci all'IA. Possiamo mai dire che un'IA ha un pregiudizio? Sì, come lei stessa riconobbe quando le risposi che la sua risposta mi sembrava un'excusatio non petita. Ciò che mi colpì non fu tanto che capisse cosa fosse un'excusatio non petita, perché sa certamente il latino meglio di noi, ma il fatto che capisse perfettamente a cosa mi riferissi con quell'espressione senza che io l'avessi menzionato esplicitamente, come in un dialogo reale tra umani.
Nonostante l'impressionante pertinenza delle sue risposte e l'effetto di comprensione che ha su di noi, l'IA rimane semplicemente una macchina che funziona attraverso algoritmi. I peculiari meccanismi del suo algoritmo si basano su una tecnologia chiamata rete neurale artificiale, tecnologia per la quale i suoi pionieri John Hopfield e Geoffrey Hinton, hanno vinto il premio Nobel. Come suggerisce il nome, le reti neurali artificiali si basano su modelli ispirati a come funziona il cervello, ma ciò che viene utilizzato nella costruzione di questi modelli sono in realtà sempre solo numeri. Ogni parola inserita nella domanda che sottoponiamo all'IA viene convertita in un vettore numerico, cioè una sequenza ordinata di numeri reali. Questi numeri codificano i possibili contesti delle parole inserite. Ogni contesto è formato da molte parole che contribuiscono a definire il senso in cui appare la parola, cioè il senso che acquisisce nell'uso umano. Il significato di una parola è infatti definito da tutte le parole che le stanno accanto. Per esempio, se al vettore che codifica la parola ‘re', si sottrae il vettore di 'uomo' e si somma quello di 'donna', il vettore che ne risulta sarà molto vicino a quello che codifica 'regina' — perché quell'operazione aritmetica isola, per così dire, la componente 'regalità' del vettore, liberandola dal genere maschile per ricombinarla con quello femminile. Una volta codificati i vettori, si crea un prodotto scalare. Questo viene utilizzato per misurare l'allineamento dei due vettori, cioè il grado di convergenza. Se dunque in un vettore troviamo "re" e in un altro "regina", i due vettori sono molto vicini, ed è molto probabile che appartengano allo stesso contesto. Se troviamo "gatto" e "mais" la probabilità è evidentemente molto minore.
Il modo in cui l'algoritmo ci attribuisce ciò che sembra avere senso consiste in un'enorme quantità di operazioni matematiche basate sulla cifratura numerica dei significanti che inseriamo nelle nostre domande.
Il termine cifratura può destare particolarmente la nostra attenzione, poiché può farci pensare alla cifratura dell'inconscio, ma non dobbiamo lasciarci affascinare troppo da queste assonanze. Quando Lacan parla della cifratura dell'inconscio, in realtà sta parlando di cifratura in lettere, non in numeri.
L'algoritmo di cui parla Lacan quando mette in questione quello che definisce come "algoritmo di Saussure" implica un tipo di regime completamente diverso da quello che fa funzionare l'IA. La prerogativa dell'algoritmo di Saussure è infatti quella di dividere il segno separando il significante dal significato: S/s. Non si tratta dunque di ipotizzare e costruire un senso a partire da un calcolo, ma di separare il significante dal significato. L'algoritmo dell'IA e l'algoritmo di Lacan si muovono quindi in direzioni opposte: uno assegna significato, l'altro lo toglie. Se nel lavoro clinico mettiamo in gioco il funzionamento dei significanti e non andiamo in cerca di significati, la ragione è proprio questa caratteristica dell'algoritmo saussuriano: la separazione del significante dal significato.
Lavorare con i significanti significa sfruttare la possibilità dell'equivoco – lo sfruttiamo nel lavoro analitico perché l'inconscio stesso lo sfrutta – per passare da un campo semantico a un altro. Questo non significa, tuttavia, passare da un significato a un altro. L'importante, in questo spostamento dei campi semantici, è toccare il punto soglia, il punto di azzeramento del significato che porta in superficie non il significato nascosto, ma la cifratura pulsionale. Nel lavoro di analisi, è necessario far passare il soggetto attraverso l’annullamento del senso, attraverso l'operazione che fa affiorare una mancanza per cogliere la codificazione pulsionale.
Un esempio può chiarire le cose. Un paziente, chiamiamolo Beniamino, particolarmente ansioso e con frequenti attacchi di panico, ricorda il momento di grande tensione che lo invadeva da bambino, a mezzogiorno, durante il pranzo familiare, quando sua madre serviva il pranzo a tavola. Non appena il cibo era pronto, la madre si avvicinava e gli serviva per primo, scusandosi dicendo: "Vado prima da lui perché Beniamino è molto ansioso!". Poi gli consegnava il piatto e gli tagliava la carne. Naturalmente capiamo cosa significa questo: la madre era preoccupata che lui non dovesse ritardare nemmeno di un secondo il taglio della bistecca e potesse mangiarla immediatamente. Ma la carne non è solo bistecca. C'è carne cotta e c'è carne viva, tremante, palpitante, e come psicoanalisti non possiamo non renderci conto di cosa significhi tagliare carne viva e che tipo di carne sia. Non si tratta, tuttavia, semplicemente di trasferire il senso dal campo semantico della carne cotta a quello della carne viva, ma di cogliere la soglia tra entrambi i campi semantici, dove il senso si azzera, dove il significante diventa indice di pura mancanza, dove cioè, il significante ha solo la funzione di annullare il godimento, e questo annullamento è la castrazione, se la togliamo dal registro immaginario.
Mi sembra quindi importante stabilire le differenze tra l'algoritmo dell'IA e l'inconscio. Per l'IA, infatti, si tratta di creare un'illusione di significato, che in realtà è un'illusione ben riuscita, perché le risposte che ci dà l'IA sembrano avere realmente senso per noi, anche se producono un significato solo partire da un calcolo probabilistico. L'IA utilizza i numeri senza senso della matematica per estrarre informazioni da un insieme preesistente di significati conservati in milioni di articoli, libri e siti web. Questa è anche la ragione per cui l'IA non è particolarmente utile né di grande aiuto nell'interpretare, per esempio, un filosofo, uno psicoanalista o un letterato. Non si può chiederle: "Dammi un riassunto della Fenomenologia dello spirito di Hegel", perché risponde solo le cose più comuni, più trite e spesso inesatte. Tuttavia, è molto utile per argomenti scientifici e matematici perché generalmente in questi è abbastanza precisa.
Per Lacan, invece, l'algoritmo funziona al contrario, come abbiamo visto: separa il significante dal significato e con questo toglie l'uso del significante dal discorso corrente, da ciò che già si sa, dal fatto che già sappiamo cosa significa perché c'è un significato su cui tutti siamo d'accordo. Separare il significante dal significato significa restituirlo al suo vuoto, al fatto di essere indice di una mancanza, e questo significa restituirlo alle fonti della creatività. Se l'IA ci dice ciò che tutti già sanno, l'algoritmo inconscio porta alla luce ciò che non sappiamo nemmeno di sapere, facendoci trovare l'invenzione di cui abbiamo bisogno per vivere.
Un'altra grande differenza è che l'algoritmo dell'IA codifica tutto e, nonostante il suo comportamento apparentemente non deterministico – poiché può avere risultati diversi, o variati, per domande simili – è tuttavia strettamente deterministico, anche se la sua evoluzione lo rende dinamico. Possiamo definire il suo funzionamento come quello di un determinismo dinamico, ma non andiamo oltre la stretta sfera del determinismo. Le reti neurali possono sembrare non deterministiche perché, per domande simili, possono dare risultati diversi. In realtà il calcolo che genera la distribuzione di probabilità resta strettamente deterministico. A introdurre una variabilità reale è il campionamento finale, l'estrazione della risposta da quella distribuzione — una casualità, che resta tuttavia, sempre interna a un ventaglio di possibilità già definito e pesato dal calcolo stesso: non una vera decisione, ma una scelta stocastica tra opzioni predeterminate.
Questo aspetto diventa cruciale rispetto ad alcune prestazioni particolari che possiamo chiedere all'IA. Credo che tutti ricordiamo Eliza, un programma sviluppato a metà degli anni 1960. Eliza utilizzò tecniche di elaborazione del linguaggio naturale per parafrasare e rispecchiare le dichiarazioni dell'utente, simulando l'ascolto tipico degli approcci terapeutici non direttivi. Tuttavia, si trattava di un programma molto rudimentale, che si limitava a riprodurre le frasi che gli venivano presentate. Per esempio, se gli si diceva: "Mi sento triste", l'unica cosa che poteva rispondere era: "Puoi dirmi perché ti senti triste?" o "Per favore, specifica cosa intendi" o "Raccontami di più". Naturalmente, con le reti neurali artificiali, le cose sono molto più sofisticate, e se scommettete che hanno creato uno psicoterapeuta online alimentato dall'IA, avete già vinto. Potete trovarlo cercando Chatbot Psicologo. È un servizio a pagamento. Paghi il prezzo della seduta in anticipo e hai l'ascolto elettronico di un Chatbot che probabilmente ha memorizzato tutti i libri di psicologia e psicoterapia che sono stati scritti al mondo. Quello che fa quando gli si chiede qualcosa è tentare di trovare soluzioni alle domande che gli si pongono. È addestrato per mostrare tutta l'empatia e la comprensione necessarie, e per non giudicare. L'unico problema è che le sue soluzioni sono lineari. Gli spazi continui di stato e di azione che normalmente presenta la vita devono essere resi discreti per essere gestibili. Nel continuo, un numero reale ha una sequenza infinita di decimali e, per quanto immane sia il potere computazionale disponibile, esso rimane finito, e resta pertanto incompleto. Può quindi solo condurre a conclusioni strettamente determinate e inequivocabili. Se dici al Chatbot che sei indeciso tra due donne, cercherà di farti soppesare le virtù e i difetti di ciascuna per arrivare a una decisione. Così funziona un algoritmo, per sofisticato che sia: l'algoritmo allinea una serie finita di passi, anche se giganteschi, per arrivare a una conclusione univoca. Il fatto è che nessuno dei problemi che un paziente pone a uno psicoanalista ha una soluzione lineare, computabile in un ordine discreto, perché la vita di ciascuno è tessuta di malintesi, di trame complesse, in una continuità che sfugge alle maglie di un ordine discreto. Il soggetto è diviso, e per questo non può essere effetto di un calcolo, ma risultato di scelte. Sono tuttavia scelte laceranti, che lasciano il soggetto irrisolto e irrisolvibile, intrappolato tra tendenze contrastanti. Non si può semplicemente tagliare il nodo gordiano, bisogna dipanarlo filo per filo, sapendo però che il nodo non si può sciogliere, perché la vita è inestricabile, e la questione non è cancellare la sua contraddizione intrinseca, ma renderla abitabile. Questo, naturalmente, è al di là della portata del determinismo lineare dell'IA.
È importante considerare, tuttavia, che anche l'inconscio ha un aspetto deterministico. Le sequenze inconsce che codificano certe esperienze danno luogo a comportamenti specifici. Per esempio, Anna O., quando vede il cane della governante d'inglese bere dal bicchiere, prova disgusto, sviluppando un’idrofobia, e quando Breuer la sottopone a ipnosi, rivelandole la scena del cane che era stata rimossa, il sintomo scompare.
Un altro aspetto fondamentale, tuttavia, è che, a differenza dell'IA, l'inconscio non codifica tutto, e sappiamo cosa in particolare non codifica: non codifica il rapporto sessuale. Proprio per questa frattura nella catena deterministica si apre lo spazio per la scelta, per l'invenzione e, soprattutto, per l'amore. Laddove c'è un'interruzione nella sequenza logica, uno sfilacciamento, una frattura, una mancanza, una ferita, è lì che può sorgere l'amore.
Ci sono due circuiti in cui si muovono gli incontri tra le persone: quello degli scambi e quello dei doni. Se nella combinatoria dei numeri tutto può essere scambiato con tutto, in un gioco di equivalenze retto dalle leggi della sostituzione e della contiguità, nell'amore appare invece qualcosa di insostituibile, di inestimabile, qualcosa che solo l'amato possiede, come Socrate con l'agalma, come il cinto di Venere che le dee si passano per far innamorare Giove, come le fonti magiche d'amore e disamore da cui bevono gli eroi di Ariosto, come l'anello di Turpino nei racconti di Carlomagno.
Qui non siamo più nella logica dello scambio. L'oggetto inestimabile non è scambiabile, non si può comprare, è piuttosto un potere, una virtù, un dono. Nella dimensione dell'amore, la logica algoritmica degli scambi non si applica, perché l'amore è piuttosto relativo alla trasmissione del dono. Nel circuito degli scambi tra i contraenti non si crea alcuna connessione: le merci cambiano di mano, si pagano e ciascuno segue la sua strada. Nell'amore, no: il regalo crea un legame perché rimane un debito: ti do un pegno d'amore per dirti che sono tuo, poiché il regalo è sempre pervaso delle caratteristiche di chi lo dà. Nel darti un regalo mi metto nelle tue mani, ti do un potere enorme su di me. Ma allo stesso tempo, ti faccio rimanere in debito, sono tuo perché voglio che tu sia mia. Si scatena allora una corsa, un rilancio, un magnetismo in cui uno non può fare a meno dell'altro. Tutto cresce quindi fino al punto in cui la relazione, una volta superati i primi momenti, acquisisce una velocità di crociera, e dopo la tempesta iniziale, il bisogno reciproco, non saziato ma placato, diventa parte della vita. Oppure il trasporto continua a crescere, la tempesta diventa uragano e la tensione esplode, oppure si sbilancia, si perde il ritmo, uno dei due non riesce più a stare al passo con l'altro. Poi ci sono gli amori interrotti, o quelli dove il veleno della delusione poco a poco va prendendo possesso dello spazio interiore, corrodendo la domus amoris. O ancora, altre volte, il regalo non è corrisposto fin dall’inizio. Vengono così la devastazione, la rovina, la desolazione. Nell'amore non corrisposto, o nella rottura di un patto amoroso, la promessa d'amore rifiutata cade fuori dal circuito del dono e precipita in quello degli scambi. L'oggetto prezioso diventa allora ordinario, non è più inalienabile, bisogna rimborsare, e conosciamo i termini che si applicano in questi casi: "Te la farò pagare!". Iniziano le rappresaglie, la vendetta, la rivalsa, l'amore si trasforma in odio o, come dice Freud, l'odio appare come il prolungamento dell'amore, e la guerra tra gli ex amanti diventa spietata, senza leggi. Ecco la ragione per cui i divorzi finiscono nei tribunali: per riportare in seno al negoziabile, al simbolizzabile, il fiume in piena che è straripato e che rischia di minare le fondamenta della convivenza civile. È necessario far rientrare la lotta titanica primordiale – propria delle società del dono, come hanno mostrato gli antropologi – nella logica dello scambio, nel contesto del quantificabile e del valutabile: "Ti do un assegno mensile di tanto, ti restituisco i libri se mi restituisci le posate", e così via. Naturalmente, nulla può compensare la perdita dell'inestimabile, ma la giustizia umana ha i suoi limiti. I familiari di una vittima di un crimine non saranno mai compensati dal fatto che è stata imposta una sanzione al trasgressore. D'altra parte, la giustizia ha solo la funzione di riequilibrare la bilancia, e l'amore perduto non ha contrappeso possibile. Il patto entra in gioco quando l'amore si stabilizza, e può essere il contratto matrimoniale, o quello che suggella il momento in cui tutto si sgretola, ed è il caso degli accordi di divorzio. Non potrà mai essere in gioco all'inizio, come vorrebbero le frange più estremiste della cultura woke, che lo hanno emblematicamente innalzato a valore istituzionale con la legge spagnola del solo sì vuol dire sì, promulgata per rendere esplicito il consenso sessuale. Attribuire una restrizione contrattuale alla sfera erotico-sentimentale priva l'incontro tra un uomo e una donna del suo incanto, della sua magia, del suo carattere allusivo, di quel gioco di seduzione in cui il no significa sì, o in cui il sì significa un enigma, in cui mi offro per sfuggire, o sfuggo perché tu mi insegua. Nell'amore, in definitiva, siamo nel centro palpitante del groviglio insolubile che costituisce la vita reale, quella che scorre sotterraneamente sotto la patina del quotidiano, e che non possiamo risolvere appoggiandoci al contratto, alla legge, e ancor meno all'algoritmo.